Fonni #3: Borgo abbandonato di Pratobello

(…segue dal post precedente)
Ancora sulla Strada Provinciale 2, ci fermiamo, dopo aver fatto inversione in modo da essere pronti a svoltare poi per Nuoro e per la 131 DCN: la terza e ultima tappa della nostra gitarella, troppo breve!, in territorio fonnese, anch’essa poco distante, è il borgo abbandonato di Pratobello. Come detto nel primo di questi 3 post dedicati a questa mordiefuggi domenicale, l’abbiamo intravisto in mattinata, percorrendo la vicina Provinciale 389 var.: eravamo già a conoscenza, anche in seguito ad alcune letture di testi in lingua sarda fatte durante le attività di laboratorio, dei fatti qui avvenuti oltre 50 anni fa, ma una rapida rinfrescata alla memoria, grazie alle tante informazioni disponibili su web, è senz’altro d’obbligo perché ci permette, ora, di apprezzare in pieno l’importanza del luogo dove ci troviamo, e di sentirne gli echi che qui ancora si propagano nonostante sia passato tanto tempo. Questa località fu infatti teatro della Rivolta di Pratobello, avvenuta nel Giugno del 1969 ad opera degli abitanti di Orgosolo: 3500 orgogliosi figli di Sardegna, in maniera del tutto pacifica, la occuparono a causa di un disaccordo con l’Esercito Italiano che, per mezzo della Prefettura, voleva imporre ai pastori della zona l’allontanamento del bestiame dalle zone circostanti, dove erano soliti farlo pascolare da tempo immemore. Un’usurpazione in piena regola, un vero e proprio esproprio delle terre col fine di destinarle a sede di esercitazioni militari.

Ci addentriamo in un vasto piazzale, circordato da edifici diroccati; il borgo, dove dovevano essere ospitate le famiglie dei militari operanti appunto presso quello che sarebbe stato un poligono, comprendeva anche una chiesa, oltre a scuole, mense e altri edifici di servizio. Dopo la famosa rivolta non violenta, però, venne definitivamente abbandonato, e quanto rimane oggi è un gruppo di costruzioni in disfacimento, a circondare un enorme spiazzo di asfalto sul quale stanno riprendendosi il loro spazio ciuffi di erbacce e rovi. Tra un caseggiato e l’altro, altissimi e tetri cipressi paiono posti a sorvegliare, ma svogliatamente, tetti pericolanti e muri scrostati, ricoperti da rampicanti.

Facciamo un giro, osservando qua e là le diverse strutture, tutte decadenti, e immaginando al contempo quale potesse essere lo stato d’animo di pastori, studenti, giovani, anziani, uomini e donne che qui si riunirono, e ribadiamo pacificamente, a lottare contro l’Esercito Italiano invasore.
Ci attrae in particolar modo la chiesa, una struttura con la facciata in granito dove entriamo, ovviamente con estrema prudenza perché si notano subito i crolli subiti dal tetto: ma, a parte lo strano e inquietante murale dipinto, in prospettiva, su altare e finestroni retrostanti, non è rimasto più nulla.

Di nuovo fuori, continuiamo a errare, senza una meta precisa, e a osservare le diverse casupole: all’interno di ogni edificio intravediamo i tags appartenenti alle tante generazioni passate qui prima di noi. Ora tutto è silenzio e abbandono.
Dipinto sul muro di un caseggiato adiacente alla strada, situato nei pressi di quello che sembra un ingresso secondario, ancora parzialmente libero dai rovi rampicanti, c’è un bellissimo murale, dove sono raffigurate tre donne che tendono le mani, non certo in segno di saluto, verso l’alto e verso un elicottero che le sorvola, firmato Sos Fizos de Orgosolo: è opinione comune che sia dai fatti qui accaduti che ebbe origine il muralismo sardo, di cui il paese di Orgosolo è appunto simbolo unanimamente riconosciuto in tutta l’Isola.
Dall’altra parte invece, sulla diagonale opposta, sulla superfice di uno spiazzo più piccolo e affiancato da un caseggiato isolato, cattura subito l’attenzione un grande dipinto, un cartello di divieto con un soldato armato, nero, all’interno. Anche qui il messaggio è chiaro: nessun dubbio possibile sulla sua interpretazione.

Ma ora si è davvero fatto tardi: siamo un po’ stanchi, e ci aspettano più di un paio d’ore per il rientro a casa. Risaliamo quindi in auto e prendiamo la strada del ritorno verso il nostro Medio Campidano. Riteniamo giusto concludere il racconto di questa bella giornata riportando di seguito, e facendole nostre, le parole lette sul Murale delle Tre Donne:

“A foras s’istadu militare
A foras s’istadu nucleare
A foras s’istadu de menetha
dae sa Sardinna!”

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